martedì 17 febbraio 2015

Ricordando Giordano Bruno bruciato al Rogo il 17 febbraio 1600

Giordano Bruno nel monumento
scolpito da Ettore Ferrari 
E' l’alba di giovedì grasso, il 17 febbraio del 1600, quando a Piazza Campo dei Fiori Giordano Bruno veniva bruciato vivo.
Il tribunale dell'Inquisizione, che a Roma era presieduto personalmente dal papa, l’aveva condannato al rogo perché “eretico, impenitente, pertinace” ed anche i suoi scritti, posti all’indice dei libri proibiti, seguivano la stessa sorte. Giordano Bruno, contro il dogmatismo aveva osato rivendicato la "libertas philosophandi". 
Il diritto di pensare liberamente! Questo il suo “delitto” imperdonabile, che gli costò carcere, tortura, rogo. Giordano Bruno è filosofo nel senso più pieno del termine. Il suo stesso pensiero, che è sempre ricerca aperta, è caratterizzato da svolte, sviluppi, ridefinizioni, che non a caso egli affida alla forma del dialogo, funzionale a sottolineare il confronto, la polemica, le invettive contro i pedanti scolastici con cui suo malgrado, è costretto ad interagire. 
Giordano Bruno in un ritratto dell'epoca
Le cronache a lui non avverse lo rappresentano come un intellettuale “anomalo” per i tempi, schietto, non paludato, un intellettuale valorosamente meridionale, che gesticola fervidamente durante le lezione, che parla e si infervora, che si rimbocca le maniche che lo impacciano. I pedanti accademici lo tacciano di rozzezza. La sola presenza di Bruno mette in crisi gli avversari.
In un passo dello Spaccio de la Bestia Trionfante così racconta: “Qua Giordano parla per volgare, nomina liberamente, dona il proprio nome; non dice vergognoso quel che fa degno la natura; non cuopre quel ch’ella mostra aperto...Stima gli filosofi per filosofi, gli pedanti per pedanti, gli monachi per monachi, li ministri per ministri, li predicanti per predicanti, le sanguisughe per sanguisughe, gli disutili, montainbanco, ciarlatani, bagattellieri, barattoni, istrioni, pappagalli per quel che dicono, mostrano e sono”. Il linguaggio per Bruno è puro da formalismi, ma cerca di essere sempre più volto ad essere strumento di conoscenza. E’ il frutto di una complessa stratificazione di conoscenza plurilinguistica, mescola abilmente differenti registri stilistici compie, anticipando il barocco letterario, spregiudicati accostamenti lessicali, tali da fare della parola lo strumento di reale comunicativo volto al divelamento di un pensiero privo di infingimenti. Si considerava, infatti: "risvegliatore delle anime dormienti, domatore dell’ignoranza presuntuosa e recalcitrante, proclamatore di una filantropia universale...; che non prende in considerazione la testa unta, la fronte segnata... ma...la cultura della mente e dell’anima. Che è odiato dai propagatori di idiozie e dagli ipocriti, ma ricercato dagli onesti e dagli studiosi, e il cui genio è applaudito dai più nobili..."
La Cena delle ceneri è un travolgente invito al "coraggio di pensare". Il lume dell'Intelletto deve mettere in discussione schemi e rapporti di potere consolidati. Solo in tal senso, secondo Bruno, la scoperta di Copernico può essere rivoluzionaria: se la terra gira, bisogna avere il coraggio di dire che con la Terra si muovono tutte le cose che si trovano in Terra. 
L'abbattimento delle muraglie celesti porta all'infinitezza dei mondi! La Natura, la Vita divengono, secondo Lui, infinite, come avrebbe stabilito un altro scienziato Antoine-Laurent de Lavoisier. La trasformazione nel suo particolare caratterizzarsi fenomenico porta alla considerazione che è l'Essere è Tutto, Unico Infinito nellacostanza del suo autonomamente farsi, del suo Infinito divenire biologico e storico (De la causa principio e uno). Questa è un'intuizione davvero rivoluzionaria perché se nell’infinito niente è più determinato a priori, ogni cosa può essere ridefinita. Ma si badi bene Bruno non fu di certo il padre del Relativismo e neppure del bieco Positivismo! Anzi in questo modoriesce a spazzare via il creazionismo, ma allo stesso tempo a ridimensionare il finalismo teleologico, antropomorfici ed antropocentrici, che su quello si erano stratificati, partendo da una interpretazione particolarmente restrittiva del pensiero di Marsilio e Pico. 
Nello Spaccio della bestia trionfante e nella Cabala del cavallo Pegaseo, infatti, Bruno ribadisce che nella natura infinita ogni individuo è finalmente libero di progettare se stesso e la sua storia, perché tutti gli esseri umani sono “cooperanti dell’operante natura”, e quindi possono rimettere in discussione apparati ed ideologie. Eppure questa libertà non è libertinaggio ma prevede un rigore morale (comportamentale) assoluto. Nel 1590 aveva scritto nel De monade: “Ho lottato, è già tanto, ho creduto nella mia vittoria... E' già qualcosa essere arrivati fin qui: non aver avuto paura di morire, aver preferito coraggiosa morte ad vita da imbecilli". Davanti a queste verità estasianti, mai dogmatiche, mai fideistiche, che anora oggi ci fanno girare la testa, Bruno sarebbe messo ancora oggi al rogo dai nostri contemporanei, forse non bruciato vivo fisicamente ma messo alla berlina come un polemista per tutte le stagioni, fino a ridurne la porta, sbeffeggiandolo con un anti-antidogmatismo retorico e qualunquista.