giovedì 16 ottobre 2014

Pensieri sul "Giovane Favoloso" di Carlo Coppola


"I concetti generano gli idoli, solo lo stupore conosce", pensiero di Gregorio di Nissa, un padre della Chiesa, crediamo sia oggi un pensiero indicato prima dell'uscita pubblica del film "Il giovane favoloso" di Mario Martone a cui ha collaborato come co-sceneggiatrice Ippolito Di Majo, Storica dell'Arte, moglie del maestro.

Martone da anni lavora sul personaggio di Giacomo Leopardi aiutandolo quasi a crescere nel pensiero comune dell'Italia contemporanea e a tornare di moda. Ciò che il maestro Martone è riuscito anche questa volta fare è stato individuare le caratteristiche di un personaggio tanto grande, senza tremore né timore, parafrasando Søren Kierkegaard.

Questo stupore, Martone, lo induce, più e meglio del Caravaggio stesso, nello spettatore, in ogni sua opera. In tal senso la sua arte è Assoluta espressione di idee e non di concetti. 
Ancora una volta il maestro napoletano ci stupisce, spiazzandoci in una elegantissima opera che non trova precedenti, se non in due scene, Renato Caccioppoli ritrovato alla stazione mentre dorme su di una panchina - una delle scene madri del cinema italiano - e la tumulazione antishakespeariana dello stesso. Forse a bene vedere un'altra ce n'è ma è non è di Martone,  ma di un suo allievo piuttosto spurio, e alquanto eterodosso, che faceva tuffare Tony Pisapia/Servillo, ma senza stile, quasi in burla. 
Martone, invece, è un maestro vero, di quelli che insegnano con le loro opere, raccontandosi poco, se non sulla carta scritta, dove invece, sono efficaci, atletici e immortali, come avrebbero fatto i grandi intellettuali e Martone è l'ultimo grande intellettuale, di quelli che in questo stra-Paese in perdita non saranno mai senatori a vita.
Il cinema di Martone, così come le sue opere teatrali e le sue regie liriche, non sono per tutti palati né per i pubblici generalisti, ma risultano scaturire non a caso da una lenta sedimentazione di esperienze vissute, di opere d'arte consacrate e altre ancora da consacrare alla posterità.
ritratto di un giovane opera di
Daniele Ricciarelli da Volterra
Ad esempio Martone conosce fin troppo bene la lezione della Ortese che pensava a Leopardi come al "Giovane Favoloso", napoletano che scende per i vicoli e osserva la realtà, fatta di lingua, carne, soffio. Granili, miseria, la bruttezza deforme che si fa arte grottesca, nelle unghie sporche delle opere dei Fracanzano seicenteschi, nel "Caravaggio Ultimo tempo",  opera che insegna ad amare il Pasolini.
La sua naturale eclettica propensione al caravaggismo post-pasoliniano, sembra fondersi ora in un salto emotivo e sintesi di maturità altissima, in certe rappresentazioni di quel Daniele Ricciarelli da Volterra - già sodale di Michelangelo Buonarroti -recependo e traducendo in spasmi solo emotivi quel Battistello o addirittura le estroflessioni infernali di Jan Van der Straet, che in troppo pochi oggi ricordano. 

Tutti questi autori amarono Napoli almeno quanto l'ha amata il Leopardi! 
Un mix che al De Dominici non sappiamo se sarebbe piaciuto, ma che al vero Croce avrebbe fatto pensare solo cose buone. 
Ci siamo, è questa l'arte che amiamo la "Kreuzung der Gattungen"  a cui pensava intimamente Wilhelm Kroll.
E aggiungiamo con tristezza: Peccato che don Benedetto Croce non abbia visto questo Martone!