martedì 9 settembre 2014

P. Beniamino da Sarno, Un fiore di Clausura (Suor Maria Raffaela Coppola)


La Serva di Dio Suor MARIA RAFFAELA COPPOLA

Questo post è stato creato in data 09/09/2014, a devozione della Serva di Dio, da Carlo Coppola, in memoria di Pasquale Coppola, suo bisnonno e cugino di Suor Maria Raffaela, e a devozione della propria famiglia, affinché non sia dimenticata la Grazia immensa ricevuta dal Signore di avere nel proprio albero genealogico un tale monumento di Santità e Rettitudine.

La mattina del 15 ottobre 1910 una giovane donna accompagnata da alcuni parenti ed un piccolo gruppo di amiche, varcava la soglia del Monastero delle Suore Cappuccine, dette le Trentatrè, in via Pisanelli in Napoli. Si chiamava Teresa Coppola, di Cristoforo e Maria Coppola, ed era nata il 23 febbraio 1883 a Casal di Principe, grosso Comune nei dintorni di Aversa.
Mentre saliva la scala, in fondo alla quale l'affresco del Malinconico, rappresentante la Crocifissione, desta nell'animo un senso di pietà profonda, si notò che ella aveva pallide guance; ma entrata appena nella clausura, ove l'attendevano le suore, si vide il suo volto acquistare il vivo colore di una rosa e l'occhio riflettere la luce di una grande gioia.
Una lunga lotta della aveva dovuto sostenere contro la volontà dei suoi, che, pur non ostacolandola nel desiderio di consacrarsi al Signore erano risoluti ad impedirle di entrare in un monastero, a cui la pia fanciulla si sentiva chiamata da una di quelle vocazioni, che pare trovino nei contrasti la forza di divenire più potenti irresistibili.
E che ella fosse chiamata ad uno stato di alta perfezione religiosa era ben chiaro dalla sua viva, profonda pietà, dalle sue virtù non comuni in fanciulle della sua condizione sociale, dal tenore di vita, modesta, ritirata, divisa fra la Chiesa e la casa, che amava di condurre. Umile, sottomessa, dolce con tutti, di una grande carità con i poveri, lontano da ogni ombra di vanità nel vestire, affettuosa e delicatamente espansiva in famiglia, ella in chiesa, nelle assidue, fervorose preghiere, alla Mensa celeste, alla quale quanto intenso trasporto e con l'intimo raccoglimento si accostava ogni giorno, dava a tutti la soave impressione della creatura assorta nella bellezza del suo ideale divino. Quali aspirazioni dominassero nel suo cuore si poteva anche intuire dal suo riserbo nel trattare, nel camminare, dal tenersi lontana da tutto ciò in cui il mondo pone le sue delizie, dai suoi discorsi devoti ed edificanti dalle sue letture preferite, che erano vite di santi e libri di pietà, la sua amore al silenzio alla solitudine, dal suo ritiro mensile, e dagli esercizi spirituali che era solita praticare più volte all'anno.
Ottenuto al fine, dopo insistenti preghiere, con una costanza degna di ammirazione in un cuore di fanciulla, non senza un visibile intervento divino, manifestatosi nell'opera di un padre passionista, il consenso dei suoi genitori dei suoi parenti alla sua vocazione religiosa, investita dal povero saio delle suore Cappuccine, Teresa, assunto il nuovo nome di suor Maria Raffaela Coppola, non ebbe bisogno di cambiare la sua vita intima, di dare al suo spirito un nuovo orientamento. Le sue virtù erano stati nel mondo quelle di una suora consacrata al Signore: nel Monastero delle Trentatrè non doveva giungere alla pratica e alla perfezione delle sue virtù che l'osservanza più esatta alle prescrizioni della Regola, che bella che quella rigida di Santa Chiara, e delle speciali costituzioni e tradizioni del pio luogo, improntate ad uno spirito di distacco assoluto da ogni bene, da ogni affetto della terra, di altissima austerità di vita, di completa immolazione dell'anima nella preghiera e nel servizio.
Con quale ardore, qualcuno con quale esattezza suor Maria Raffaela cominciasse nel Noviziato, e proseguisse tutta la sua vita che purtroppo non fu lunga ad osservare la sua Regola, ed i suoi voti, ad avanzare nel cammino della perfezione, si hanno non dubbie testimonianze dei suoi direttori e delle sue consorelle. Mai ella mancò volontariamente ad uno anche dei più ordinari atti della vita comune; che anzi per non essere dispensata da qualcuno dei più gravosi, giungeva sino ad occultare i suoi mali e le sue sofferenze, e alla recita dell'ufficio in coro a mezzanotte, durante la sua penosa infermità, si recava talvolta spezzata di forze e quasi agonizzante.
In tutta la sua vita claustrale serbo una grande pace di spirito con tutte le suore: ed una delle sue gioie più vive era quella di rendere ad esse, specialmente se inferme od anziane, tutti quei servigi, che sapeva ispirarle, ed a cui la spingeva, oltre alla naturale bontà dell'animo, la carità che sentiva al suo sposo divino. Al compimento dei suoi doveri non vi fu mai bisogno che venisse richiamata, e spoglia com'era della propria volontà - "la propria volontà a Dio non piace" ripeteva sovente - obbediva con prontezza e giocondità di animo ai comandi, come ai consigli, ed anche ai semplici desideri delle sue superiore e dei suoi direttori di spirito. Il sentimento delle proprie miserie, il sentirsi, com'è ella diceva, capace soltanto di commettere le maggiori scelleratezze, le pone sul labbro parole di un verismo impressionante. Una volta che provò più dolce e sensibile la presenza del suo Gesù nel cuore, gli domando: "Come mai, o Gesù mio, puoi amare questo schifoso letamaio?" Ed ella non era che un candido giglio tutto olezzante di verginale fragranza!
E la sua purezza, quella purezza che ella, con un concetto misticamente elevato, riguardava come una dignità superiore della vita cristiana religiosa, non solo l'amò come il fiore più bello, il dono più gentile che poteva presentare al suo Gesù, ma la sette conservare intatto nel candore con un'assidua vigilanza su tutti movimenti del suo cuore, con ogni sorta di mortificazioni e ti penitenze. Vera figlia di colei, Chiara di Assisi, che volle come un privilegio, la povertà, suor Maria Raffaela l'amò anch'essa come un grande privilegio che le aveva donato il suo Gesù e diceva: "Come è bello pensare di non possedere nulla, non disporre di nulla, sentirsi prima di tutto come nostro Signore!".
Pensa vita interiore. Tutta è sempre ripiena di Dio. Con uno sforzo, che lei fu aiutato dalla tendenza alla solitudine, giunse ad acquistare tale un raccoglimento tali una piena libertà dei movimenti del suo cuore, da potersi considerare sempre alla presenza di Dio; è nella preghiera, ch'era una profondarsi di tutto il suo essere in Dio, nella meditazione, che era per lei un immergersi in uno sciame di pensieri e gli affetti santi, entrava talvolta in intime comunicazioni con il suo bene infinito, sino ad averne grazie di illuminazioni e di rapimento. Più volte fu degnato di sentire la voce del suo Diletto, che la volle sua Vittima riparatrice; ed il voto, che poté emettere di offrire la sua vita per l'espiazione dei peccati del mondo e per soddisfare la Giustizia Divina, non fece che aggiungere nuovi impulsi alla sua anima a divenire più pure perfetta per essere ostia degna di riparazione sull'altare dell'amore e del sacrificio.
Una lunga e penosa infermità venne a colpirla, e fu il suo Calvario straziante; ma la sua rassegnazione fu semplicemente eroica. Unico suo dolore era quello di non potersi recare dinanzi al sacramento, non poter intervenire al coro specialmente di notte: nel resto una serena letizia, una gioia ineffabile. "Io sto uniformata ai voleri divini, ella scrive: purché si compiaccia Gesù, io sono sempre contenta". Nella sua infermità ella sente una di quelle finezze dell'amore del suo Gesù, che non volendo "tenermi, ella dice, neppure un istante lontana da Lui dopo la morte, mi regala questo piccolo purgatorio di misericordia, infermità". Sentendo da Gesù in un'intimità di rivelazione quali tesori preziosi si racchiudano nel ripartire, ella grida: "Più, più dolori, o Signore", e sente di non poterlo degnamente ringraziare per i doni celesti che le ha mandato. Rinuncia al conforto di vedere la madre con una lettera che commuove ed edifica; ma alla Madonna, di cui era stata figlia devotissima, sentendo vicino il giorno della morte, domanda la grazia pur essendo disposta a morire in qualunque ora di celebrare la festa del suo Serafico Padre insieme con lui in Paradiso. Passò gli ultimi giorni in un soave rapimento, mentre più tormentoso si faceva il suo male; prorompeva talvolta in sospiri di amore, guardando il Crocifisso; alle Suore, che l'assistevano rivolgeva parole di tenero affetto, di santi ricordi. Raggiante in viso, sull'alba, appunto del 4 ottobre 1922, dopo aver ricevuto il giorno avanti tutti conforti della Religione, sentendo lo Sposo divino, che veniva, sorrise, guardò il cielo, Adagiatasi su di un lato, si addormentò nel bacio del Signore. 
Molte lettere si conservano di lei, documenti della sua alta spiritualità, della sua serafica perfezione, a cui se il suo spirito eletto, delle celesti comunicazioni, di cui venne fatta degna dal suo Gesù. Non poche grazie si raccontano ottenute ad intercessione di lei, nel suo paese nativo, nel suo monastero la sua memoria vive come quella di una santa.