giovedì 8 maggio 2014

Carlo Coppola scrive a De Bortoli sulla risposta di Sergio Romano all'Ambasciatore Ghazaryan

il direttore Ferruccio de Bortoli
 in una immagine tratta da
 http://it.wikipedia.org/wiki/Ferruccio_de_Bortoli
Gentilissimo dott. de Bortoli,


Le scrivo in merito alla infelice lettera di risposta dello stimato dott. Sergio Romano, ad una precedente lettera di S.E. Sargis Ghazaryan, Ambasciatore della Repubblica di Armenia in Italia. 
Ciò che il dott. Romano sostiene appare in contraddizione con quanto egli più volte ha esposto la sua ampia bibliografia pubblicistica sulla cosiddetta "Questione d'Oriente", a proposito della quale ha sempre attribuito ad altri - citandone sempre le fonti - le espressioni del negazionismo, come a non condividerne il pensiero.
Ora la presa di posizione del dott. Romano, invece, appare alquanto netta: quelle che in passato erano, per lui, solo citazioni bibliografiche riferite per completezza di informazione finiscono per divenire prove corroboranti e giustificative del negazionismo. 
Ad esempio il dott. Romano sembra dimenticare che Istanbul e Smirne furono anch'esse colpite da stragi contro gli Armeni: i loro beni confiscati, la quasi totalità degli abitanti di etnia armena delle due città e di tutta l'Asia Minore fu deportata o uccisa sul posto, o ridotta in schiavitù presso famiglie turche. Gli scampati furono costretti a nascondersi per anni: tra questi i giornalisti istanbuliti Hagop Oshagan, Armen Enovk, mentre altri trovarono rifugio in Italia. Tra questi Hrand Nazariantz e Costan Zarian, ma anche tanta gente comune.
Sergio Romano in una immagine tratta
da http://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Romano
Inoltre, in particolare il 24 aprile 1915 la classe dirigente armena della Turchia fu letteralmente decapitata, in particolare l'élite culturale. Questo avveniva prevalentemente a Istanbul e Smirne. Gli esempi da riportare sarebbero centinaia. Il principale è quello degli intellettuali che si riunivano attorno alla rivista Mehian. Di questa rivista facevano parte giovani di Smirne, Istanbul, Sebastia, Urfa personaggi di varia provenienza intellettuale, menti brillanti e progressiste, cristiani praticanti e laici, membri di logge massoniche come la Ser di Costantinopoli e la Dikran di Smirne. La maggior parte di costoro erano desiderosi di dialogare con i Turchi pur riaffermando la loro identità armena, nel tentativo di risolvere politicamente i contrasti venutisi a creare all'indomani del Congresso di Berlino del 1878. Nessun intellettuale armeno uscì purtroppo indenne. Il simbolo di quelle stragi può forse essere considerato Daniel Varujan, poeta e giornalista che fu finito a pietraie da soldati turchi che intendevano vedere cosa ci fosse dentro la testa di uno scrittore armeno.
La ferocia del Genocidio non risparmiò nessuna fascia economica e culturale della popolazione armena. Chi scampò lo fece solo grazie a contingenze particolari, fortuna, abilità, spirito di adattamento fino all'inverosimile, alla possibilità di corrompere i gendarmi turchi o alla presenza di qualche straniero mosso a compassione dalla visione di tanto orrore gratuito a cui l'umanità sembrava non aver mai assistito. Rafael de Nogales Méndez, ufficiale venezuelano dell'esercito ottomano, e Rudolf von Sebottendorff, ufficiale tedesco del medesimo esercito, nelle loro memorie, dichiarano apertamente la natura etnico persecutoria delle azioni anti-armene del governo turco ottomano prima e repubblicano poi.
Della lettera del dott. Romano, però, un aspetto mi colpisce più di tutti, il tentativo di voler attribuire ad altri alcuni pensieri specifici. Nessuno dotato della benché minima capacità di analisi storico-politica, infatti, ha mai voluto o pensato di paragonare, la Shoa ebraica, e il Metz Yeghern armeno, se non circa l'oggettiva barbarie dell' Homo homini lupus. Allo stesso modo nessuno ritiene la gioventù turca attuale responsabile di quegli atti di ferocia. Al massimo si invitano i Turchi a leggere criticamente le pagine della propria storia in cui il loro stato attuale affonda le radici, liberando la propria visione della storia nazionale da un senso teleologicamente hegeliano. Ci sono, infatti, migliaia di cittadini turchi che guardano a quei momenti di storia come dolorosi e li considerano un tragico errore del passato. A quei cittadini turchi si deve rispetto e se ne devono incoraggiare i tentativi di lettura storica anche quando essi prescindono da ipotesi di restituzioni di beni sottratti alle famiglie armene.

La saluto con deferenza

Carlo Coppola