domenica 2 giugno 2013

I want to break free: Rigoletto secondo Denis Krief al Petruzzelli di Carlo Coppola

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rigolettoIn una balera di una città senza un luogo precisato e senza tempo - italica Gotam city anni '60 - al termine di una baruffa chiozzotta goldoniana o mafiosamente mozartesca (non mozartiana!!) uno sciocco guitto livoroso è il responsabile, almeno morale, della morte di un suo rivale reo di aver cercato di difendere l'onore della propria figlia.
A tali premesse risulterà chiaro che del dialogo fra significati e significanti verdiani resta poco o nulla, e meno che un brandello di muro delle compromissioni con la storia del Risorgimento italiano. A questa apparire “è il cuore il paese più straziato”! Ma poi basta nulla e lo scontro tra un Rigoletto con gobba minima, se non del tutto inesistente politicamente  un cofferato  che fa fuori un – Monterone – un bersluscone – modello commendatore don giovannesco, trionfa il Duca un giovanotto radical chic, poco radical e molto chic – con un cardigan di marca renziana. Non sappiamo se l'accostamento alla politica italiana sia frutto della volontà del regista, probabilmente no ma l'effetto che se ne percepisce è molto interessante. Denis Krief si impegna e si diverte con maestria e a scorporare personaggi rimestare le acque, intorbidandole fino a creare una sua storia e alla fine che i melomani storcano il naso, non è affar suo.

L'Italia di questo Rigoletto è pop ed al contempo si lascia superare anche da questo per affacciarsi a tutte le derive possibili della post modernità. Del grande tazzone italico, Verdi e la sua arte diventano il tè dentro cui immergere come tante piccole madleine prustiane, Pasolini e i suoi scorsi delle borgate romane, le atmosfere dei Katzelmacher rigorosi e perfetti con le loro fassbinderisterie, il piccolo idillio del già consacrato classico “I want to break free” dei Queen, e se ce ne fosse ancora spazio la critica allo “strapaese-famiglia” dell' “Hommelette for Hamlet” di Carmelo Bene, con tutta la sua inqualificabilità ed inclassificabilità.

Ma di questo allestimento – dopo un iniziale confusione in apertura del primo atto in cui coro, orchestra cantanti e macchine sceniche estenuanti, non sembravano perfettamente coordinate tra loro – colpisce il grande lavoro della divisione tra spazi pubblici, comuni a tutti i personaggi, e spazi privati della quotidianità. Ognuno è connotato perfettamente da un minimalismo che lo rende funzionalissimo e bastevole a se stesso. Gli ambienti familiari sono piccoli e modesti loculi cubiformi di cui il regista gestisce alla perfezione lo spazio giocando sulla disposizione degli oggetti e la loro quantità o scarsezza alternando un minimalismo da siepe leopardina con una sovrabbondanza di personaggi più tipici degli affreschi del Mantegna. Utilizzo delle luci e dei colori, percepiti alla distanza, assieme al sapiente uso dei materiali adoperati riescono a simulare anche le sensazioni tattili e olfattive, conferendo agli ambienti via via il senso dello squallore piuttosto rendendoli confortevoli con afrori di intimità ingenua e di ricreatorio. Anche i costumi a chiariscono alla perfezione i personaggi. Così la nutrice di Gilda, Giovanna, seppure nella sua breve apparizione, ricorda visivamente il personaggio interpretato da Katia Ricciarelli nel film di Pupi Avati “La seconda notte di nozze”.

In questo questo magmatico fascino di una regia così ricca di spunti di riflessione trovano un grande posto i cantanti, che come avviene negli ultimi vent'anni sono solo un elemento dello spettacolo della lirica. Rigoletto, Stefano Antonucci è voce verdiana ed ha in tal senso un ampio repertorio Traviata, Don Carlos, Falstaff, Il Trovatore, La forza del destino, Un ballo di maschera, Macbeth. Molto interessante è la voce di Mariangela Sicilia impegnata nel ruolo di Gilda. Giovanissima e Cosentina di nascita 1986, ha studiato pianoforte e canto al Conservatorio della sua città nativa. Nel 2009, ha vinto il concorso internazionale Ruggero Leoncavallo di Montalto Uffugo come miglior voce di soprano. Recentemente si è stata protagonista del Don Trastullo di Jommelli al Teatro San Carlo di Napoli e della Cléopâtre di Jules Massenet (Charmionand) al Festival di Salisburgo.

Un plauso particola va inoltre al coro del Teatro Petruzzelli diretto magistralmente dal maestro Franco Sebastiani che riesce a signoreggiare la scena sia sul piano vocale che da attorialmente.
L'orchestra diretta dal maestro Carlo Rizzari conferisce una gran prova di sé soprattutto a partire dalla fine del primo atto, quando riesce effettivamente a salire in cattedra con la sua carica vitale.