domenica 10 marzo 2013

... E alla fine Aubèr fece la Santa: "La Muta di Portici" di Emma Dante al Petruzzelli di Carlo Coppola


da http://www.lsdmagazine.com/e-alla-fine-auber-fece-la-santa-la-muta-di-portici-di-emma-dante/13346/


La muta di PorticiUn'opera difficile e farraginosa nelle premesse ha rappresentato una sfida per la Fondazione Teatro PetruzzelliAlla fine l'ha spuntata il prof. Fuortes, commissario straordinario, che tra un tempo e l'altro si aggirava soddisfatto a fare gli onori di casa. L'esecuzione dell'Orchestra diretta dal maestro Alain Guingal risulta limpida e finalmente i cantanti tirano fuori voci importanti, e che, soprattutto, si possono udire, chiare e distinte, in ogni parte del del teatro.
Che, come data di debutto al Petruzzelli sia stata scelta la Giornata Internazionale della donna, non pare casuale. La Storia, infatti, raccontata da una donna, la regista Emma Dante, narra delle consenguenze di uno stupro agito dal figlio del vicerè di Napoli ai danni di una ragazza, diremmo oggi disabile, muta appunto. Sfortuna vuole che Fenella, questo il nome della Giovane, sia la sorella di Masaniello, un pescatore e capopopolo già pronto un lottare per la Libertà della Nazione napoletana dall'oppressore straniero, guardacaso spagnolo. Il Primo Atto inizia con il pentimento di Alfonso (Maxim Mironov) non tanto per aver violentato la Fenella, quanto per esser venuto meno al Vincolo del matrimonio che egli sta per contrarre con Elvira (interpretata mirabilmente da Maria Alejandres), come sogliono chiamarsi, dal Don Giovanni in poi, tutte le principesse tradite dai loro mariti o promessi sposi.
Nel Secondo Atto, invece, troviamo uno dei duetti più mirabili composti da Auber, Amour sacré de la patrie, che ricorda, a tratti, le più feconde Rossiniane pagine.
Amour sacré de la patrie,

Sacro amore dellaPatria,

Lacera-nous l'audace et la Fierté;Rendici l'audacia e la fierezza;

Un mon pays je dois la vie.Al mio Paese io devo la vita.
Il Devra mi sa liberté.Esso mi dovrà la Libertà.

La muta di Portici
A questi quattro versi, cantati dai personaggi di Masaniello e Pietro - Michael Spyres Christian Helmer - è stata addebitata, ben due anni prima dei moti parigini del 1830, la responsabilità culturale della seconda rivoluzione francese, quella che portò alla cacciata di Carlo X. Non è un caso, neppure se nel terzo atto il compositore e il librettista giochino a lungo sui lemmi Marché(Mercato) e Marchons (Marciamo) a voler occultare la preparazione della rivolta Masanelliana all’interno del grande apparato della Piazza del Mercato di Napoli, dove per secoli furono decapitate rivoluzioni e rivoluzionari. Indubbio anche il richiamo ai versi:
Aux armes, citoyens,Alle armi, cittadini
Formez vos bataillons,Formate i vostri battaglioni
Marchons, marchons! (Marchez, marchez !)Marciamo, marciamo! (Marciate, marciate!)

tratti dall’Inno della Marsigliese, di cui dal 1807 al 1831, anno della caduta di Carlo X, fu vietata l’esecuzione.
Con un tale carico di memorie e suggestioni storiche, artistiche, e pittoriche la regia di Emma Dante risulta minimale e maestosa allo stesso tempo. Dopo il Don Giovanni martoniano, andato in scena nel settembre 2012, al Petruzzelli finalmente ritorna un’opera piacevole da guardare e con un impatto visivo coinvolgente. Se l’allestimento martoniano, fu turbato da lazzi di parte, e da una singolare interpretazione della lotta sindacali, e dello status di lavoratore, questa volta la gestione del teatro risulta più serena e un coro in gran forma può cantare davvero le pagine piene di impeto e assalto contenute in quest’opera dalle alterne fortune. Emma Dante, la regista, promessa mantenuta della ricerca teatrale italiana, porta in scena la sua personale carica di Donna del Sud. La sua non è una visione di genere, ma una visione di parte senz’altro, nel senso che la grande Rina Durante, giornalista, scrittrice e poetessa dava all’essere nata a Sud. Ma ancora di più è una grande evocazione di Anna Maria Ortese, una delle più sensazionali autrici del Novecento europeo, misconosciuta, poco compresa e fortunata in vita. Sarebbe banale dire, per chi conosce gli scritti della Ortese, che le atmosfere della Muta di Portici evocate da Emma Dante ne ricordano di volta in volti gli scritti: Il Cardillo Innamorato per la maggiorparte e nel secondo atto Il mare non bagna Napolie in particolare la miseria operosa dei Granili di Napoli. La scena Madre risulta quella del moto di insurrezione, del Terzo Atto, di cui si è già detto, e che ricorda la gestualità e la coscienza di sè e del suo spazio che aveva la famiglia Carollo di MPalermu, prima opera scritta e diretta dalla regista siciliana che così citava la stessa Ortese nelle sue note di regia nell’ormai lontano 2001. “Vi sono momenti in cui la verità si rivela interamente ai nostri occhi, senza che abbiamo fatto un gesto, un passo, spostato un ciglio. Vidi quel mare illuminato adesso da un sole d’inverno, mare azzurro e remoto fra rare e immobili imbarcazioni; vidi, come se non in quella carrozza io mi fossi trovata, ma in un altro posto, nell’aria - vidi quello che era nei loro occhi; ora che la nave posava vuota nel porto, e lontana, quasi disperante, appariva l’ora di un nuovo viaggio - il rammarico sordo di aver già consumato quasi tutta l’esistenza, svolto il gomitolo fino all’ultimo pezzo di filo.”
Se nel grido muto della Ortese vi era “la solitudine dell’essere una pietra o un filo d’erba in mezzo ad un giardino” come ha scritto Pietro Citati, la medesima condizione ci appare quella di Fenella, a cui conferisce una straordinaria vita Elena Borgogni, attrice e danzatrice, protagonista assoluta del dramma da cui ella stessa è scalzata via, condotta ai margini, doppiamente, ripetutamente, per la sua condizione di silenzio, di pazzia, forse anche di ricerca dell’amore. Nei gesti eloquenti si intuisce che Fenella ha subito il fascino del suo violentatore, ha colto in essi, chissà, qualche forma di dolcezza o di attentione, cosa che in precedenza nessun altro le aveva dedicato. Poi quella medisima dolcezza la rende in grado di frapporsi tra i rivoltosi e Alfonso ed Elvira, fino allo stremo. Il corpo è magico, spasima, reagisce, spanteca si direbbe a Napoli, in una condizione di irrosolutezza, richiesta di giustizia e libertà o solo di affermazione di sè, che avviene alla fine di tutto quando Fenella si getta nel Vesuvio. Lo Status Quo Ante è raggiunto. Fenella è Santa!
Foto di Carlo Cofano