lunedì 21 gennaio 2013

Il difficile Otello di Eimuntas Nekrošius al Teatro Petruzzelli di Carlo Coppola

da http://www.lsdmagazine.com/il-difficile-otello-di-eimuntas-nekrosius-al-petruzzelli/12935/
Nekrošius

Otello è la storia del Moro di Venezia, non il racconto di una ascesa al potere, ma il crollo delle aspirazioni politiche, sentimentali, sociali racchiuse nel significato del ‘gesto’. Un invito a non fidarsi dei consiglieri a volte, o troppo spesso fraudolenti, ma anche la versione imbastardita e lo sviluppo della “fabula antiqua” di Medea, condotto in epoca moderna ad un approdo speculare rispetto al modello di partenza: un altro esempio della società multietnica che si infrange per invidie, gelosie e rivalità attraverso l’esplosione di bassi istinti sopiti. È il trionfo del conservatorismo e dei valori di piccole comunità che non sono degne di essere definite patrie, che costringono prima Medea e poi il Moro a indossare ferocemente la maschera di xenos, straniero e per meglio dire estraneo. Proprio la ricomposizione, e affermazione, di questa ‘maschera’ riporta ad istinti profondamente bestiali che fanno dello straniero, non già un concetto di pura astrazione, ma una concretizzazione del pensiero stesso del male e del pericolo. La diversità e l’estraneità diventano elemento di colpa, che dà poi inizio alla brutalità. A dire il vero però che Otello fosse nero come viene rappresentato dalle sue prime apparizioni on the stage non c’è nessuna prova, soprattutto se pensiamo che il termine Moro poteva indicare anche il colore di pelle degli Arabi. Eppure lo sviluppo apportato dalla fabula di Otello al panorama culturale è certamente notevole, in quanto un Moro diventa addirittura un importante funzionario della Serenissima Repubblica, soprattutto se pensiamo che per avere la certezza storica di un atto di questo tipo si dovrà aspettare la fine degli anni ’50 del secolo appena trascorso.
Nekrošius
Circa l‘Otello verdiano presentato in prima italiana il 19 gennaio aPetruzzelli di Bari possiamo dire che temevamo il farraginoso allestimento, parto del genio del regista lituano Eimuntas Nekrošius e quanto avevamo visto in rete su youtube (https://www.youtube.com/watch?v=uG-ehnRIkvg) era solo un piccolo esempio di quanto giunge, diremo subito, a non convincerci!
L’allestimento di questo Otello è vecchio, non già perchè costituisce una ripresa di quanto realizzato nel 2011 presso il The Lithuanian National Opera and Ballet Theatre di Vilnius, quanto perchè costituisce un condensato di idee e trovate sceniche che sanno di stantio, di lezioncella scopiazzata qui e là, e giustapposte come senza criterio. Per alcuni tutto ciò costituisce una forma di poesia visionaria, come sostengono i sostenitori di Nekrošius. Purtroppo, parlando di questo intrigante regista, dobbiamo ricordare quanto egli sia divenuto famoso per le sue opere interminabili, complicate alla lettura e all’ascolto, e recitate, con sottotitoli, in lituano. Lo snobbismo intellettuale, anni fa, ne ha fatto “un caso”. Per fortuna, alla lunga, si svela il volto tragico dell’inesistente. In sèNekrošius è un regista che conosce il teatro, la storia della scenografia e del costume, ma alle sue opere manca l’anima. E possiamo ricordare le sue produzioni artistiche vengono talvolta, almeno dalle nostre parti, maciullate da meccanismi che hanno poco a che fare con l’arte, ma che finiscono con apparentamenti anguilleschi nelle gestioni dell’arte. La regia dell’Otello di Nekrošius non innova e non sminuisce, non è minimalista, ma neppure invade la scena. Ricorda tante altre cose, citando e saccheggiando un po’ dovunque, soprattutto dalla danza, in testa Maurice Bejart, soprattutto nel suo Bolero di Ravel. Il regista, poi, aggiunge e toglie a propria discrezione sintagmi narrativi dall’Armata a cavallo di Isaak Babel’, condendoli con il suo pezzoforte, l’abuso dell’onnipresente Cechov, che come l’abuso di Shakespeare, Goldoni e Pirandello dovrebbe essere puntito per legge! Così dall’inizio alla fine dell’opera, Otello (Clifton Forbis, che non convince) sembra ridursi a Smirnov, ex ufficiale di artiglieria, protagonista dell’Orso, Emilia (la brava Sara Fulgoni) la nutrice di Desdemona è una perfetta madre di Kostia nel Gabbiano, così come il Leone veneziano trionfante sul turchesco mare, si trasforma alla fine in un Gabbiano morente che ripiega le sue ali, che inglobano il Moro di Venezia e la sua sfortunata sposa, l’ottima Desdemona interpretata dalla splendida Julianna Di Giacomo. Ciò detto l’Otello di Giuseppe Verdi, sul libretto del confratello Arrigo Boito, non brilla per intelleggibilità da parte dei registi nè del pubblico, manca di lirismo, è opera difficile da memorizzare anche per i melomani. La partitura efficace e colta non dà molto adito alle interpretazioni. A convicere più di tutto è la vigorisità drammatica su cui si è mossa la direzione orchestrale di Keri-Lynn Wilson che ha potuto gestire un organico di sicura robustezza, e dal quale non si può attendere ora, che un roseo futuro. Altrettanto dicasi per il coro del Teatro Petruzzelli diretto dal maestro Franco Sebastiani che ha mostrato una rinnovata competenza scenica oltre che vocale, soprattutto nella prima parte dell’opera e di quello di voci bianche sotto la guida di Emanuela Aymone.