domenica 2 dicembre 2012

Non convince il Macbeth di Andrea De Rosa con Beppe Battiston

da http://www.lsdmagazine.com/non-convince-il-macbeth-di-andrea-de-rosa-con-beppe-battiston/12544/


Macbeth di Andrea De Rosa con Beppe Battiston
 





















Macbeth di William Shakespeare è una storia di umanità che si scontrano, di ambizioni, di ferocia, di ambizione in crescendo, di tentazioni. E’ una vicenda politica che diventa personale, dove la barbarie ha caratteristiche diverse, forme e nomi che si confondono con il destino, con la stregoneria, con i miti ancestrali delle terre del Nord e con il ghiaccio nel cuore. Di tutte queste caratteristiche c’è molto poco nel Macbeth per la regia di Andrea De Rosa, in questi giorni in scena al teatro Royal di Bari nella stagione del Teatro Pubblico Pugliese

Protagonista assoluto di Beppe Battiston, acclamato attore, che anche in questa occasione si mostra versatile e sapiente in grado di spaziare tra comicità e drammaticità, con onestà intellettuale, anche quando la concezione della macchina scenica costruita intorno a lui si scopre in una serie di ingenuità e di sfilacciamenti. 
Tutta l’operazione ha qualcosa di poco efficace, in un tentativo di scimmiottare il teatro e cinema soprattutto di area napoletana degli ultimi vent’anni, la cui lezione è recepita a macchia di leopardo e con una diffusa superficialità. Nè è esempio il monologo centrale di Macbeth troppo simile, nello stile recitativo a quello di Servillo dove Battiston/Macbeth scopiazza la lingua e lo stile di Andreotti nel "Divo" di Paolo Sorrentino, ne fotocopia le pause, gli accenti e quasi la cadenza, mancano solo "I migliori anni della nostra vita" di Renato zero in sottofondo.
La musica di sottofondo, che sembra voler coprire la pochezza di idee è troppo simile a “A room” di John Cage che Mario Martone e Daghi Rondanini insegnarono ad usare in “Morte di un matematico napoletano”. Inoltre in più d’un punto dalla Scozia sembra d’essere passati a Scampia, i sicari uccidono e sgozzano con la stessa ferocia, ascoltando in cuffia la stessa musica in cuffia, facendosi le stesse lampade, vestiti allo stesso modo, emettendo gli stessi versi rabbiosi dei sicari di camorra che uccidono più per noia e per far parte di un branco che per reale convinzione. 
Eppure la premessa iniziale era stata buona il ballo, la festa evidenziano una situazione intima di vita contemporanea, un uomo e una donna, la luce giusta, l’ubriachezza o forse qualche altro eccesso mettono in condizione di ascoltare le voci delle tre streghe, che per l’occasione si sono trasformate in bambolotti animati da voci metalliche e inquietanti stile "Cuchky La Bambola assassina".
L’utilizzo della tecnologia risulta complesso, in cerca di un significato senza per altro mostrare significanti, che non siano banalizzanti, nel gioco alla amplificazione quando l’azione si svolge intorno al divano/trono e nel rapporto tra vita domestica e vita pubblica. 
Interessante momento di regia quello in cui Lady Macbeth (interpretata da Frédérique Loliée) partorisce feti già morti, mentre in un’altra dimensione narrativa, il marito risponde alle domande e alla considerazioni sul suo governo come in un'intervista di Oriana Fallaci che lo incalza e lo innervosisce, mentre con accenti sibillini ne preannuncia la sconfitta.
Meno interessanti, e nettamente irritanti, le troppe risate, da ubriachezza molesta, che quasi tutti i personaggi re-citivano con foga, e con in testa la Lady, androgina, ubriaca, ma sopratutto straniera e per questo con accenti in qualche modo da maga, da Medea, foriera per sua natura di disastri, a cui attribuire tutte le colpe delle catastrofi accorse. 
Anche la traduzione della bravissima Nadia Fusini sembra essere maltrattata da questo tentativo di jazz a strumenti chiusi. La lingua poetica, che in altri casi sarebbe lingua piacevole divine lingua di oppressione e di distacco che allontana Macbeth dalla vita reale come il pubblico dalla rappresentazione a cui sta assistendo. 
Alla termine anche il gran finale - la morte di Lady Macbeth e la sconfitta imminente del marito - passa inosservato, come se gli attori avessero fretta di chiudere la scena.

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