domenica 9 settembre 2012

L’emozionante estetica del “Don Giovanni” al Petruzzelli nelle magie di Mario Martone


Salta a quanto è dato sapere fino al momento della presente pubblicazione la prima al Petruzzelli.
 Un vero peccato per il "Don Giovanni" di Mario Martone l'opera più bella fin ora vista al Teatro Petruzzelli dalla sua riapertura. Solidali con i lavoratori in lotta sindacale proviamo a dare qualche anticipazione dell'articolo che uscirà il prossimo giovedì mattina dopo l'attesa replica di mercoledì 12 settembre sera.

da  http://www.lsdmagazine.com/lemozionante-estetica-del-don-giovanni-al-petruzzelli-nella-magia-di-mario-martone/11906/

 don giovanni

“Si ritrova nella Chiesa di Santa Maria del Carmine di Napoli, un’antichissima Imagine del Santissimo Crocifisso, di tanta rara scultura quanto può a ogni devoto desiderarsi di vederlo al naturale. Nell’anno 1439, mentre che Alfonso Rè d’Aragona teneva il campo nelle palude di Napoli (…), dispose per battere la Città le sue bombarde. (…) Avvenne, che un Giovedì 17 d’Ottobre ad ora di Terza, comandò il fratello del medesimo Rè, chiamato l’Infante, che una bombarda drizzata fusse al dritto contro detta Chiesa, tal che la medesima bombarda tormentò le mura della Città, e le ruinò, ed anche detta Chiesa, facendo cascar per terra la corona di spine della sacra Imagine del Crocifisso, e molti de’suoi capelli.” (Filocalo Caputo, Il Monte Carmelo, Napoli 1631).

A Napoli, dove per naturale inclinazione si trasfigura il santo senza testa (S. Gennaro) in un piede senza scarpa (La Gatta Cenerentola), il salto fu breve. Il Crocifisso aveva schivato miracolosamente la palla di cannone, muovendo il capo. Con questo prodigio, quasi certamente, nasce la tradizione storica del “Don Giovanni” divenuto famoso in tutto il mondo. Il Crocifisso, che ancora si vede con la sua palla di cannone al fianco, mosse la testa per schivare il colpo, ma a chi guardò l’immagine sembrò che avesse dato un assenso, come ad accettare un invito.
Quello che propone Mario Martone - unico vero genio della regia che ancora il nostro paese possa vantare - è un percorso visivo, intenso e multidirezionale. E’ una ricerca di estetiche in cui le figure di Brueghel si animano in contraddanze e minuetti, senza mai spaurarsi. Non essendo ontologicamente degne di affacciarsi ai tavoli anatomici di Rembrandt, si contentano di contemplare il rinoceronte di Pietro Longhi veneziano, di scatenar jacquerie, contro il locale signorotto feudale, armati di forconi e mazze che mai utilizzerebbero se non contro se stessi, gli uni contro gli altri. Il padrone, l’ateista, il crapulone continua a gozzovigliare come un sovrano d’Oriente, con tinte che ricordano la Salomè di Gustave Moreau. Solo allora anche i numi, sino lì assenti, si destano di sdegno. Il Commendatore ucciso appare, come il fantasma del re Amleto sulla torre maestra, e all’ultimo rifiuto porta con sé Don Giovanni tra l’orrore dei protagonisti e l’indifferenza del popolo.
Una classe è morta. Sugli spalti figure forti appartengo alla Umarła klasa (La classe morta) dell’indimenticabile Tadeusz Kantor che Martone, con gli amici Toni Servillo e Andrea Renzi, venne a vedere al Petruzzelli nel maggio 1986. Sempre cari alla tradizione kantoriana alcuni passaggi significativi come il momento in cui Donna Elvira al centro della scena legge e sfoglia il catalogo delle amanti di Don Giovanni, passatole da Leporello, o  quando lo stesso servo gaglioffo fa la barba al padrone, non simulando nulla, neppure l’acqua e il sapone come nell’Happening-Cricotage.
L’opera quindi non è più segreta, come lo straordinario maestro napoletano ci aveva abituato. La sola luce, muove e commuove, come in Caravaggio di cui non restano che gli sguardi pasoliniani d’un ultimo tempo e le facce dure da sacrestia di San Domenico Maggiore. Infine anche Guido Reni viene evocato e con lui il Guercin da Cento. Il «Divin Mario» guarda lo spettacolo kantorianamente, ma, dalla platea platea. Accanto a lui, statuaria nella nobile ed erudita bellezza, Ippolita di Majo, la moglie, la storica dell’arte, drammaturga, la musa.
Il sipario si chiude l’anima è quassa. Vorremmo rivederlo cento e cento volte.
Le tante emozioni sceniche sarebbero nulle senza le care presenze di Raffaele Di Florio, eclettico regista e scenografo assistente, Sergio Tramonti autore delle scene e dei costumi, Anna Redi icona del teatro di ricerca, autrice delle coreografie e Pasquale Mari, qui in veste di regista delle luci, e grande direttore della fotografia di indimenticabili pellicole quali Rasoi e Teatro di Guerra di Martone, Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca e L’uomo in più di Paolo Sorrentino.
Tutti bravi gli interpreti a partire dai mimi che contiamo in circa cinquanta e tra essi alcuni protagonisti delle ultime generazioni del teatro di ricerca pugliese tra cui Roberto CorradinoAnnalisa LegatoMichele Cuonzo, Maria Elena GerminarioMichele StellaRoberta TavarilliNicola MoschettiRiccardo Spagnulo,Lisangela Sgobba che molto devono alla ricerca martoniana degli anni 80.
I Cantanti in meravigliosa serata di grazia esibiscono la nettezza della loro vocalità e la potenza degli accenti senza risparmiarsi. Le figure femminili convincono a pieno da Burcu Uyar, incisiva donna Anna, a Jana Kurucova, esuberante Zerlina, alla passionale Donna Elvira, Carmela Remigio, dalla vocalità sensuale e a tratti struggente. Il giovane Alessio Arduini, Don Giovanni, è un atleta tanto nella voce possente quanto nella prorompete fisicità e mostra il glabro petto come certi eroi Romantici seppero fare. Accanto a lui Nicola Ulivieri, Leporello, ne completa la figura e, ne rende visibili, con estrema maestria, la crudeltà e la durezza indefessa.
Gli Orchestrali devono al pubblico e ai mimi il torto d’una Prima perduta, e i loro sindacati minacciano una cancellazione anche della replica del 14 settembre, a nostro avviso assai deprecabile e irresponsabile. Tali atteggiamenti voluti da tecnocrati che nulla sanno d’arte confermano uno scarso “attaccamento alla maglia” da parte di molti musicisti che pretenderebbero di essere confermati nell’orchestra coram populo. Per loro è stata preparata una fantasmagorica scenografia che li abbraccia completamente. In parte utilizzati sul palco assieme al coro, e ai mimi, in uno sforzo fisico reale, scevro da protagonismi, sono posti in posizione prominente e completamente visibili dal pubblico. Si esaudiscono così anche i desideri del direttore d’Orchestra, Roberto Abbado, bacchetta energica e lucida in ogni passaggio, anche egli collaboratore da anni del maestro Martone da qualche tempo.