sabato 3 dicembre 2011

Tim Crouch, The Author & Teatro dei Borgia [di Carlo Coppola]



Metateatro, ma nulla di più lontano dal Pirandellismo dei "Sei personaggi in cerca di autore".
E' questo il gioco tragico messo in scena da Giapiero Borgia nel suo allestimento di The Author di Tim Crouch. L'adattamento italiano del testo originale era stato rappresentato in prima regionale per la Puglia sabato 3 settembre 2011 nell'ambito della consolidata manifestazione teatrale di fine estate, Castel dei Mondi, ad Andria, ed è stato riproposto per due settimane alla Tana, spazio teatrale gestito e curato dalla Compagnia Teatro dei Borgia all'interno del Castello Svevo di Barletta. Lo abbiamo visto sabato 26 novembre 2011 nella Città della Disfida.
L'allestimento, che gode di una bella traduzione di Luca Scalini, è il frutto della ricerca proposta da Giampiero Borgia e dalla sua compagnia, volta da anni ad offrire al proprio pubblico una sorta di pedagogia del gusto. Borgia, infatti, dell'arte teatrale ha una personale ed evoluta concezione, come dimostrano le sue numerose regie, tra cui le più note sono Ritratto di Signora, Un Amleto di legno, e Filottete, oltre ad uno splendido volume di recente pubblicazione Il teatro dei Borgia (a cura di Andrea Porcheddu, edizioni Tutivillus). Da anni il giovane regista e attore barlettano forma lo spettatore oltre che i giovani allievi della scuola di teatro Itaca, da lui realizzata a Corato. La sua naturale propensione all'attività di formatore, indirizza come si è detto anche lo sguardo di quanti ne seguono le attività a vario titolo.
La proposta fatta con The Author è un gioco, in cui tutte le convenzioni del teatro sembrano saltare: la quarta parete si abbatte pienamente, e gli attori non hanno alcuna protezione se non il posto su cui siedono. Intorno al loro il pubblico, loro stessi confusi tra gli spettatori. Fin qui nulla di nuovo. L'interazione pubblico/attore è, infatti, un classico del teatro di ricerca, soprattutto laddove i rapporti tra le parti sembrano confondersi.
Il teatro proposto da Tim Crouch e Gianpiero Borgia infatti non sfrutta le alchimie delle messe in scena in cui i 5 sensi occupano tecnicamente il posto dei tradizionali elementi scenici. In altri tempi infatti, Il teatro dei Lemming di Rovigo aveva offerto allestimenti in cui lo spettatore veniva guidato attraverso l'uso dell'olfatto, del gusto e del tatto, verso esperienze poco prossime al teatro quanto più vicine ad una vera e propria iniziazione. L'attore ballava con lo spettatore, lo imboccava, lo bendava, lo baciava, lo ricopriva di terra, lo spogliava, lo addobbava e lo rivestiva. Qui invece attore e spettatore mantengo il loro ruolo e il loro contegno, in una sorta di compunto rispetto per essi.
Due spalti l'uno di fronte all'altro, le luci che non si spengono la musica che non sale. Nessuno si muove. Passano i secondi i minuti. Il rito del teatro, a cui tutti sono pronti, non inizia. Così, progressivamente, cresce la curiosità, la tensione, la noia, lo sgomento, come se un Dio che governa la scena avesse abbandonato il suo tabernacolo, ma esattamente nel momento in cui tutti i sentimenti si fondono insieme, un uomo dal pubblico inizia a smuovere le acque, a suscitare il dibattito, sul teatro, sulla voglia di teatro, sull'amore per il teatro.
E' chiaro quasi subito che quella sorta di "provocatore" che racconta di sé e indaga sulle abitudine teatrali della gente che gli è intorno, è un attore che recita il ruolo di uno spettatore. Ed anche qui nel momento in cui il dibattito sembra arenarsi e qualcuno pare perplesso dalle logorroiche confessioni dello "spettatore imbizzarrito", accade qualcosa di nuovo. Dal pubblico si alza una nuova voce, che recita un monologo perfetto, pieno di verità, sullo stato d'animo dell'essere attore, sulla ricerca compiuta, sulla preparazione e lo studio per interpretare un personaggio a teatro, sulla cosiddetta "nuova drammaturgia inglese".
I racconti di tre uomini e una donna si affastellano, si dosano si confondono. Uno spettatore, due attori, un drammaturgo che si auto definisce l'Autore, che si chiama Tim, Tim Crouch, e ha allestito uno spettacolo sulla violenza sessuale di un padre ad una figlia.
Il racconto di quello che accade prima, dopo o durante questo l'allestimento dello spettacolo procede per tappe e semine di indizi, come in un libro giallo in cui sia continua la sfida al lettore tra indizi utili e vicoli ciechi.
Gli spettatori sono quindi portati a concentrarsi su alcune parole piuttosto che su altre, su cambi di tono. Ma tutto è rapido e il pubblico, fino all'ultima battuta, non ha la capacità di trarre un giudizio su quello che ascolta. In realtà The Autor, parlando del teatro stesso e di noi spettatori, genera una visione critica sull'inattendibilità e inconsistenza di molte proposte drammaturgiche della scena contemporanea. C'è infatti un costante pizzico di ironia, che sfocia nel sarcasmo, nelle parole dei protagonisti. Ironizzano sui metodi di formazione attoriale, sul divismo e lo star system, sulle tecniche di scrittura, sulle fonti di ispirazione, ma anche sulle ossessioni che il teatro può produrre nel pubblico che lo segue troppo morbosamente. A questo si aggiunge un sottile invito rivolto a chi del teatro fruisce, ad aprire gli occhi, svelando gli inganni, i tranelli, le facilonerie e i qualunquismi che la banalità agghiacciante della talune proposte della Scena contemporanea porta con sé.
Il senso della narrazione scompare, l'aberrazione di un attore violento e di un autore pedofilo, si perdono tra tutte le parole dette in mondo che sta nella finzione anche all'interno del racconto narrato, dove non è chiaro se la violenza di cui si parla è solo pensata oppure agita.
La forza dei monologhi scritti da Tim Crouch, la loro brevità, la loro essenzialità, sembrano quasi il frutto di una diffusa impossibilità alla comunicazione, proprio nel massimo tempio della comunicazione, il teatro! Il luogo scenico sembra quindi essere stato per sempre violato dalla non possibilità di interazione. Ma ancora una volta così non è! Lo spettatore è al centro di un meccanismo di sublimazione della comunicazione.
Gli attori scelti per interpretare questo difficilissimo testo sono quattro e hanno quella efficacia e quel talento che non si possono dimenticare: Christian Di Domenico è il magnifico Autore, elegante e schietto, devastante nella sua capacità di suscitare emozioni, patimenti e stati d'animo contrastanti. La sua potenza evocativa spiazza lo spettatore e lo mette a nudo, mettendo a nudo se stesso eppure non creando né disgusto né imbarazzo. Daniele Nuccetelli è l'Attore, fragile, dai pensieri violenti, con qualcosa di costantemente cattivo dentro. Annalisa Canfora, interpreta l'Attrice, piena di fascino, dalla voce suadente, un po' ammiccante, magari oca, vittima del suo stesso essere piccola diva. Giovanni Guardiano è lo spettatore ossessionato dal teatro dalla messa in scena, dalle forme che prendono le cose viste a teatro.
Alla fine dello spettacolo il pubblico applaude, le luci non si spengono, gli attori non tornano a prendere la loro dose di elogi. Tutto sembra finito nello stesso modo di come era iniziato. Altrove! Magari nel foyer o ritirando gli accrediti, o pagando i biglietti o varcando la soglia dell'edificio teatrale, o mentre ci è stato dato il programma di sala e abbiamo compilato le schede statistiche o di gradimento che ormai rendono anche l'andare a teatro un atto necessitantemente burocratico!