mercoledì 16 febbraio 2011

“Diario di un pazzo” e le ossessioni di un burocrate qualunque a Napoli

da http://www.lsdmagazine.com/diario-di-un-pazzo-e-le-ossessioni-di-un-burocrate-qualunque-al-ridotto-del-mercadante-di-napoli/6715/

Diario di un pazzo

Ognuno di noi ha la propria intrinseca visione della realtà che ci circonda che non può essere messa in crisi da un singolo accadimento specifico, ma nelle pieghe e negli interstizi della vita quotidiana, i sogni e le nevrosi possono esplodere. A ricacciarle indietro si impiegano dolore e, inaudita, fatica, eppure non ci si riesce del tutto.Fermiamoci, però, nel punto in cui incontriamo l’esplosione di tutta la rancura - dolore che non è ancora rancore ma che vi ha preso la strada - il momento in cui un bel giorno fischia, pirandellianamente, un treno.
Lì incontreremo l’impiegato Papaleo, un funzionario, di un ministero qualunque, senza luogo né tempo. Il suo limbo è quello della iper-coscienza collettiva, che getta le basi dei lampi per un elettroshock, o per la forzosa e sterile repressione di sé. A far scattare la molla, a svelare l’apparato barocco della patologia in cui si è ricaduti, può essere un dato qualsiasi, anche lontano, meglio se distante dai propri luoghi, dai propri interessi e dalle mansioni di tutti i giorni, come la caduta di una aereo, lo scoppio di una guerra, un primo ministro che dà scandalo di sé e della nazione, o come nel caso di “Diario di un Pazzo” un trono straniero rimasto vacante e sul quale si vorrebbe far salire una bambina. E’ quella solo l’ultima goccia d’acqua che trabocca da un recipiente colmo e bagna fili scoperti che a loro volta cortocircuitano. Tutto travalica il reale, l’armadio, grotta e quinta naturale da cui viene fuori l’attore, è forse il cervello stesso: un parallelepipedo di doppie porte che, per quanto si possa scomporre non cambia forma e volume, tanto è quadrata, razionale e consequenziale la mente del “pazzo”, la cui logica risponde solo ad una geometria non euclidea, una delle infinite possibili, in uno dei possibili mondi.
E che il nostro sia, infatti, il migliore dei possibili mondi è, secondo alcuni storici della filosofia, la più grande e colpevole illusione che spinge l’uomo - partendo in età moderna da Baruch Spinoza ha coinvolto e implicato in tutti i modi la società, fino al collasso di questa, raccontato nel saggio sul Suicidio di Émile Durkheim ai primi del Novecento -  a condannare come abominevoli tutti quei comportamenti, collettivi o individuali che sfuggono all’idea di società ritenuta ideale moralmente e psicologicamente conchiusa.Nessuna è quindi la qualità da attribuire agli eroi, che riflettono solo il bisogno amletico di evasione in una realtà fattuale altra. Per questoRoberto De Francesco nell’essere sulla scena l’impiegato Papaleo è un eroe senza bisogno di essere Amleto, senza interpretarne gli effetti o senza vagheggiare le Ofelie - gaddianamente “fiori polpetta” - ma senza soprattutto tromboneggiare, ma restando sempre sottovoce con leggerezza. A dire il vero, forse, un’Ofelia c’è ed è proprio nel vezzeggiare lei e la sua vergine cuccia, cane parlante e scrivente, l’impiegato scopre il tradimento della società nei suoi confronti. Il suo duro servire non gli procura alcun merito ma, anzi, lo fa mettere alla berlina, deridere ancor di più, dalla classe dominate, da chi sostituisce gli antichi padroni con un nuovo feudalesimo.
Anche questo uno dei tanti, fatto in questo caso di uscieri, matite da temperare, e differenza tra cappotti più o meno laceri, mentre lui, puro della dignità indefessa del suo lavoro, ama e compone pessimi versi alla maniera di Aleardo Aleardi.Roberto De Francesco in questo lavoro tratto dalle memorie di un pazzo di Nikolaj Vasil’evic Gogol’ fa dell’autentico jazz! Interpreta cioè sulla corda della pienezza del suo io d’attore, sposando il narcisismo e la nevrosi del personaggio che porta in scena, divertendo e divertendosi. Pur essendo il suo impiegato Papaleo un essere difficile, cupo e aspro, ne varia gli aspetti fino al delirio, senza affanni, tanto che la devastazione è solo uno dei tanti aspetti che depone con bellezza sulla scena. Per questo De Francesco rimane il potente attore che ricordiamo bene in “Teatro di Guerra” e in uno splendido cammeo recente in “Noi credevamo” di Mario Martone in cui dà vita ad un sarto di San Leucio, solo e disoccupato all’indomani dell’annessione al Piemonte.
L’atteggiamento che esalta l’attore, di concerto con il regista Andrea Renzi, è quello di una graduale modifica di sè fino ad un’ultima spallata definitiva, come lento ed inesorabile è il modo di svestire i panni di impiegato modello per indossare i paludamenti del “pazzo” autoproclamatosi Ferdinando VIII. In questo lo smantellamento delle categorie pirandelliane, dell’uno, del nessuno, del centomila, si fonde e consustanzia con una tecnica interpretativa di livello altissimo. La esalta, infine, quale estremo risultato della rivoluzione copernicana dell’arte italiana che vede in Teatri Uniti il suo emblema e in Mario Martone, il volto più noto, il Galileo Galilei. Di questa la qualità definitiva sta nella speculazione prodotta, e che è alla base dell’azione scenica.
Roberto De Francesco edAndrea Renzi continuano da anni imperterriti, ciascuno per sé, a promuovere questa idea di arte totale che trova la forza più intima nella commistione tra agire sulla scena e consapevolezza ontologica e quindi, teorica, del teatro. Tale ricerca, iniziata in Italia con personaggi irripetibili quali Carmelo Bene, Leo De Berardinis, Antonio Neiwiller, vede purtroppo oggi pochissimi veri seguaci, che sempre e, spesso a fatica, ne mettono in pratica le prerogative. L’attore e il regista non sono qui macchina attoriale, o meglio non sono solo questo.
 Il controllo del corpo, la consapevolezza di sé nello spazio, lo spazio della scena e di quello dello spettatore, l’attenzione alla globalità della composizione ritmica, le simmetrie e le scelte musicali, le luci utilizzate, le dinamiche fisiche, fuori e dentro la quarta parete, e non ultimi i costumi della sempre eccellente Ortensia De Francesco, chiariscono continuamente le motivazioni dell’essere hic et nunc, cosa che troppo spesso manca al teatro italiano.La riflessione si amplierebbe a dismisura come in un gioco di scatole cinesi. Il teatro italiano manca purtroppo della riflessione su di sé e si domanda solo raramente - come predicava un titolo di Oscar Iarussi di qualche anno fa - “Che ci facciamo qui”. Vorremmo vedere molto più teatro come questo proposto in “Diario di un Pazzo” che in definitiva è un trionfo di scelte. Perché è forse proprio questo che manca al nostro teatro.
Manca qualcuno che scelga, con occhio tecnico e cuore, che scelga consapevolmente e al di là delle appartenenze partitiche, cosa produrre, cosa incentivare - l’ultimo a farlo fu a nostra memoria Ninni Cutaia alla fine degli anni Novanta. La bellezza di “Diario di Un pazzo” è anche questa: le scelte sono chiare, le ragioni delle scelte anche. L’armonia tra le parti è garantita dall’opera di coordinamento, oltre che direzione impartita, da Andrea Renzi, che a proposito del lavoro conclude le sue note di regia parlando non a caso dell’armadio multifunzionale al centro della scena. L’armadio, infatti, in cui l’impiegato vive rappresenta la commistione di spazi scenici al confine tra dimensione mentale e reale. “In questo spazio, per gradi, si rivelano allora tutte le contraddizioni di una routine ossessiva e frustrante che in una grottesca sequenza culminano nella sua ascesa alla pazzia”.
Ed è la pazzia ordinaria il filo sotteso che conduce a termine il delirio dell’impiegato Papaleo, non dimentichiamo che a pochi chilometri da Napoli, ad Aversa, vi era fino a non molti anni fa uno dei più importanti manicomi criminali italiani. Un regno di sofferenze, di disillusioni, in cui la legge dell’elettroschock, che conclude anche questo spettacolo teatrale, era la prassi. Unica differenza, dopo le atrocità dei 450 volt sparati nel cervello, non arrivavano, purtroppo, gli Apocalyptica a chiudere la scena con la loro splendida cover di Nothing Else Matters, scelta questa sublime di Daghi Rondanini, il cui genio nella selezione e proposta sonora nelle opere teatrali e cinematografiche, costituisce un tocco inconfondibile di qualità.