martedì 30 novembre 2010

Monicelli, io ti voglio bene

Il mio ricordo di Mario Monicelli è personale, personalissimo.
Ero alla Mostra del Cinema di Venezia e di lì a poco si sarebbero tenute le primarie della sinistra. Con alcuni amici baresi che da sempre compongono un folto e compatto gruppo tra giornalisti (Gilda Camero, Antonella Gaeta, Giancarlo Visitilli) e ricercatori universitari (il voziano Vito Santoro) ci recammo alla presentazione di un video ideato da Silvio Maselli, allora copy di Proforma, a per il candidato Fausto Bertinotti.
Intorno a noi Citto Maselli con la moglie, Ugo Gregoretti e lui, Mario Monicelli. Io più piccolo del gruppo barese mi sentivo in imbarazzo fra tanti grandi del cinema e della televisione. Monicelli stava accanto a Giancarlo e Gilda seduti dietro di me. Nel vederlo ebbi un sussulto di emozione, da poco avevo rivisto la versione restaurata della "Grande Guerra". Non potei fare a meno di salutarlo chiamandolo "Maestro!".
Non sapevo dell'idiosincrasia di Monicelli per questo appellativo. Lui mi rimbrotto con un cenno della mano. Il giorno dopo lo rincontrai per strada e per sfottermi in segno di saluto mi replicò "Buongiorno Maestro!"
Per questo alla retorica della morte straziante di un giovane vecchio appongo solo una parola che aiuti a sfatare le polemiche.
SUICIDIO... la parola sa di accusa borghese... davanti alla possibilità negata all'individuo di autodeterminarsi... il termine sa di benpensante.. di qualunquismo... suicidio, morte accidentale, morte sul lavoro. omicidio, incidente stradale o domestico mortale qui fanno tanto "pettegolezzo", non offendiamo la morte con la gogna..del giudizio!