lunedì 31 maggio 2010

Io sono colpevole [di Alfredo Natale]

credo che questa pagina vada conosciuta e meditata; e come quella scritta da Pier Paolo P. il 14 novembre 1974 sul "Corriere della Sera" nota col titolo "io so i nomi" vada antologizzata.


La pagina di Alfredo è un grido meraviglioso e suggestivo, il dramma di una appartenenza geografica e allo stesso tempo la proclamazione di un riscatto morale e civile per una Terra, quella di Lavoro che da più di 2000 anni soggiace a logiche di vassallaggio e indigenza spirituale.

Io sono colpevole. Colpevole in quanto casalese. Casalese non come appartenete al clan, loro non meritano questo nome. Ma casalese come cittadino di queste terre.. colpevole. Colpevole semplicemente di non essere normale. In un paese dove abbondano eroi e criminali, eccellenze nel bene e nel male, la straordinarietà è all’ordine del giorno, i colori sono quelli di un fumetto, e la normalità è l’eccezione.
La storia la faranno anche i martiri, i dittatori, i grandi personaggi che decidono, ordinano, tramano, sognano, creano. Ma il mondo va avanti con il sudore della gente comune. Ma proprio questa gente..dov’è? quante poche mani servono per contarla?
Cosa significa essere normali qui da noi? Significa solo svegliarsi la mattina e andare a lavorare, come dice qualcuno? Significa solo non essere nel centro del ciclone ed sentirsi “estraneo ai fatti”?
Io credo significhi anche avere coraggio. E non parlo del coraggio di denunciare, del coraggio di manifestare, di affrontare il potere, di lottare rischiando la vita. Questo spetta a chi ha le capacità di farlo, e non avere questa capacità non è una colpa. Una colpa è invece non avere il coraggio di distinguersi se la si pensa diversamente, di schierarsi intimamente, di non annegare con gli altri nella banalità dei luoghi comuni. Il coraggio di essere coerenti, il coraggio di essere onesti, prima di tutto con se stessi. Normalità è seguire le leggi, tutte, dalla prima all’ultima. Significa pagare le tasse, tutte, dalla prima all’ultima. Significa rispetto, di te stesso e della tua dignità, degli altri, della comunità, dell’ambiente. Significa dare valore alla democrazia. Significa non svendere il proprio voto. Significa votare per chi credi possa fare del bene alla tua comunità. Significa non votare qualcuno solo perché ti è parente o amico o ti ha fatto un piacere o crede di avertelo fatto. Perché qui si confonde il diritto con il privilegio o il favore, la comunità con la tua famiglia, il processo democratico con una partita di calcio. Si confonde la vita con la sopravvivenza, l’integrità con l’invisibilità, l’interesse con il profitto, la chiarezza con l’ambiguità.
Avere coraggio significa assumersi le responsabilità di quello che avviene, perché tutti abbiamo il potere di cambiare le cose, basta crederci, ed è vero. Significa rispettare il proprio ruolo e le proprie professionalità, sapendo che quello che si fa, si dice, si scrive ha sempre degli effetti, nel bene e nel male. E significa anche non aver paura di sbagliare. Avere coraggio è alzare lo sguardo non quando incontri un camorrista per strada, ma quando sei solo davanti ad uno specchio. Significa imparare a giudicare, farlo con cognizione, con consapevolezza, senza superficialità.
Ci si dimentica ormai del tempo che passa. Basta un attimo per sradicare un albero nel proprio giardino, anche se a piantarlo è stato tuo nonno. Ci si dimentica del sangue versato che ha concimato i campi, e si banalizza sui morti perché tanto sono morti ma tu sei vivo, e non riesci a sentirti alla loro altezza. Ci si dimentica della strada percorsa, dei piedi rotti e del sudore, di chi ha fatto cosa e del perché è successo. E soprattutto si dimenticano le colpe.
Avere coraggio è non dimenticare.
Il coraggio di scegliere, il coraggio di essere uomini liberi, il coraggio di essere partigiani in guerra.
Si, mi sento colpevole. Colpevole di non riuscire, di non tentare, di non volere, di non credere, di non potere. Colpevole.