venerdì 30 ottobre 2009

Come vendicarsi di Villa Gadda [di Marco Belpoliti]

vorrei condividere con i miei lettori questo bellissimo articolo di Marco Belpoliti apparso di recente su www.nazioneindiana.com ; consiglio inoltre la lettura di un articolo a firma Enrico Flores sulla Villa della Cognizione anche se datato.

Piffete e puffete e “tu ne giungi felicemente a Breanza”. Sul treno, “ferrocarril” delle Ferrovie Nord, ci s’imbarca a Piazzale Cadorna, in Milano, direzione Asso, fermata Erba. Qui si scende per risalire su un autobus – allora non c’era – destinazione Longone al Segrino. Pochi minuti ancora, e si sbarca davanti alla più famosa casa della letteratura italiana del Novecento: Villa Gadda.

Un casone squadrato, appoggiato appena alla collina, con archi sul davanti, due grandi e due piccoli. Niente di particolare, anzi piuttosto ordinario, molto meno elegante dei villini, ville rustiche, chalets svizzeri e delle residenze liberty che nel medesimo periodo avevano invaso la zona, in cui veniva su la Villa in Brianza edificata da Francesco Gadda, con l’intento esplicito che i ragazzi “crescessero sani, vigorosi, allegri, sotto il portico; le logge fatte per aerare la casa, la terrazza per il fresco di sera, dopo il lavoro”.La Villa è oggi un condominio come altri, nonostante il parco intorno. E pensare che qui venivano in villeggiatura durante i periodi estivi i fratelli Gadda: Carlo, Clara e Enrico. In una memoria autobiografica dettata nel 1963, anno della Cognizione del dolore, Carlo Emilio, all’epoca settantenne, scriveva: “Suo padre costruì la fottuta casa di campagna di Longone nel 1899-1900 e questa strampalata casa gli rimase appiccicata fino al 1937. Panorama stupendo sui laghi brianzoli, Monte Resegone”. Strampalata perché costruita male, con criteri sballati, come si capisce dal romanzo che la vede protagonista. Il terrazzo è la cosa peggiore; ci si entra direttamente dalla strada, scrive nella Cognizione, attraverso “il piccolo giardino dietro casa, con il quale comunicava direttamente, dopo il solo ostacolo d’un gradino di serizzo”.Niente chiavistelli, cocci di bottiglia aguzzi, spranghe contro le tentazioni altrui. Fottuta perché a un certo punto il padre di Carlo Emilio muore – nel 1909 – e sulla casa gli eredi accendono un’ipoteca per restituire alla sorella di primo letto, Adele, la dote, così da costringere Carlo, capo della famiglia, a economie eccessive. Nel 1936 scrive a Gianfranco Contini: “la mia casa di campagna (…) mi procura più grattacapi che una suocera isterica. Sono le fisime casalinghe, brianzole e villereccie di un mondo che è tramontato per sempre lasciandomi solo stucchevoli tasse da pagare. – Mi vendicherò”.La sua vendetta sarà appunto La cognizione, scritta e pubblicata in prima versione subito dopo, nel ‘38, e poi apparsa rivista e ampliata nel 1963 presso Einaudi. L’hidalgo Gonzalo Pirobutirro, sua controfigura, sarà la causa della morte della madre, personaggio centrale del romanzo, uccisa durante l’assedio della proprietà da parte degli uomini dell’Istituto di Vigilanza notturna, antesignani delle ronde padane attuali: unico tra i proprietari Gonzalo non ha voluto ricorrere alla loro protezione. L’assassinio della madre, oscuro episodio, è la vendetta di Carlo Emilio per interposta persona, dato che, come dicono i critici, tra la casa e la madre, nel romanzo non c’è alcuna differenza.
Se La cognizione non è stata scritta nella villa, dato che nel 1937, dopo la morte della madre vera, Gadda la cede all’avvocato Calabi della Banca Commerciale, che provvede subito a dividerla in appartamentini, con tipica azione immobiliare brianzola, è però sicuro che lì, nella casa di vacanze, sono stati redatti: un novella, poi diventata La madonna dei filosofi; La meccanica; Meditazione milanese, in buona parte; Racconto italiano di ignoto del novecento; e poi il lavoro intorno al Fulmine sul 220. Della sua planimetria, della disposizione delle stanze, dei tempi e modi di costruzione, rogito del terreno compreso, sappiamo tutto, o quasi, dato che gli studiosi di Gadda hanno messo mano alle mappe e ai reperti catastali per spiegare come il romanzo sia modellato sulla disposizione di stanze e piani della Villa in calce e mattoni.
Il tratto dominante della Cognizione è sicuramente il rancore che trapassa in un risentimento assoluto nei confronti della stessa Brianza, per quanto, in effetti, qui Carlo Emilio, ingegnere in congedo nell’anno sabbatico 1928-29, vi abbia scritto in modo furibondo e felice.
La casa di Longone è il suo buen ritiro, dove conserva i quaderni con gli abbozzi dei futuri racconti, e vi riceve gli amici scrittori: Bacchelli, Linati, Bonsanti. L’ossessione dei peones, ladri e ubriaconi, che raggirano la madre, nascondono frutti dei campi, viziosi e sporchi, è già presente nelle lettere degli anni Venti, dove sproloquia sul “contadiname a cui manteniamo una casa, mentre io devo lavorare come un cane e vivere al quarto piano in una camera fredda”, come scrive alla sorella Clara. Don Gonzalo è già presente nelle continue contumelie di Carlo, nelle definizioni delle donne bruttissime di Longone, che dicono “Car Signor” e “cara madonna” mentre vendono pere tisicuzze, e l’odio per i vizi umani trapassa ben presto al paesaggio e alla natura, sino ad un certo punto libere di difetti.La “mia privata privatissima personale proprietà” diventa fonte continua di dispiaceri che si concentrano nelle pagine dedicate alla figura della Madre di Pirobutirro, che il figlio umilia e picchia. Villa Gadda, in terra di Lukones, nome dato ai villani e ai nobili del paese comasco, diventa il “verme solitario di Longone, con Resegone sullo sfondo e odor di Lucia Mondella nelle vicinanze”. Eppure, estinta l’ipoteca, venduta la casa, dopo aver salvato le vecchie carte lì riposte, Carlo Emilio scriverà al cugino Piero Gadda Conti di una “tristezza grande”, per cui “piango la mia vita perduta e tutte le cose profanate”. Di tutte le profanazioni autodistruttive e masochistiche, propellente eccellente della sua narrativa, insieme alle malinconie di cui si alimenta, alla pari dei suoi personaggi, il casone di Longone è il punto saliente, il culmine, il Resegone della sua esistenza. “Dolore e dolore, dolore sopra dolore”, scrive. Lì, non lontano dalla casa, sono sepolti il padre, il fratello, Enrico, il prediletto della famiglia, credeva Carlo, morto nel 1919 in volo nella guerra, e dal 1936, lei, la madre.Di tutto questo accumulo di sofferenze, malinconie e livori, oggi resta una casa bruttarella, tirata a lucido con tetto rifatto e gronde in rame, giochi di bambini sparsi all’intorno, campanelli piccoli borghesi, perfetta antesignana della successiva devastazione della Brianza: “Il cemento e la plastica e lo scatolame hanno coperto anche la terra di Lombardia, la verde Lombardia non è più. Viviamo in un tetro inferno, dovunque è arrivato il cosiddetto miracolo”. Era il 1964. Da allora niente si è più fermato.