lunedì 3 agosto 2009

Uno sfogo [di Efraim Medina Reyes]

Siamo così abituati a quella che chiamo realtà-reale, che ormai ci crediamo al cento per cento. In questa realtà i cattivi sono ben definiti: Bush è un cattivo. I buoni non contano molto, forse non esistono neanche più. Sappiamo già che il contrario della vita non è la morte ma l'amore. Essere vivi va bene, amare non tanto. La morte è una cosa cattiva, forse la cosa peggiore, eppure tutti moriremo, no? Fuori da questa realtà mediocre, ingrata e insulsa, piena di matrimoni, di divorzi, di figli e di bollette da pagare, di guerre, di dittatori, di americani di merda, di mafiosi russi, di cantanti pop, di scrittori vili, di fotografi olandesi, di columnist e pagliacci eccetera, ci sono altre realtà o dimensioni. Ogni uomo è una cultura in sé, o dovrebbe esserlo; ogni uomo è la sua realtà o dovrebbe esserlo.
Che Dan Brown o Paulo Coelho riempiano il mondo di cacca di topo malato è tanto dannoso per la coscienza del mondo, del mio mondo, quanto lo sono i delitti di Bush o di Castro. Si presuppone (così ho imparato a innamorarmi della letteratura) che un vero scrittore debba essere una sorta di riserva morale, qualcuno che difende la dignità umana a spada tratta. E dev'essere anche un critico disposto ad additare gli ipocriti, per quanto subdoli. Dicono che sono un provocatore e non potrei essere più d'accordo: cos'altro potrebbe essere uno scrittore? Lo scopo dell'arte è rompere i duri confini di una realtà che altri si sono creati su misura.
Sono un ragazzo meticcio, nato in un quartiere popolare di Cartagena, una delle città più ingiuste e spietate del mondo. Ho perso mio padre da piccolo e sono stato allevato, insieme a tre fratelli, da una donna forte di nome Elisa. Mi ha insegnato che non dovevo chiedere niente a nessuno, e che tenere la bocca chiusa e seguire la corrente trasforma un uomo in un pollo da cortile. Nelle strade del mio quartiere ho imparato tre regole:


1. C'è sempre una vittima.
2. Cerca di non essere tu.
3. Non dimenticare mai la seconda regola.


In Colombia ci sono molti polli da cortile travestiti da pavoni che scrivono: è un paese fottuto. Stiamo attraversando il momento peggiore della nostra storia recente: la guerra si fa ogni giorno più atroce e silenziosa. Gli articoli degli opinionisti aumentano e le notizie sulla guerra svaniscono. Il freddo e l'indifferenza sono coperti dalla merdina verde scritta e riscritta dai polli di cortile. Uno scrittore giocattolo può legittimare l'ingiustizia o dare l'impressione che si possa combatterla. Ad alcuni editorialisti non importa di essere degli idioti prezzolati da un potere che li usa come mascotte di lusso; possono compiere le loro malefatte, tanto alla fine il padrone gli farà una carezza e gli riempirà la pancia di briciole.