giovedì 12 luglio 2007

Resistere bisogna [di Serena Di Lecce]

Resistere bisogna, testimoniandoci fino allo stremo. Per esserci ancora con tutto il nostro corpo – integri con la testa sul collo e agili le dita – quando tutta questa empietà imploderà nel suo stesso buco nero, nel suo scarico fognario. Resistere aggrappandoci ai pochi e resistenti ideali: liane, a volte, altre volte un cappio tenace che stringe il collo e mozza il fiato…ma sotto c’è la cloaca che esala. E forse è meglio finire strozzati dal troppo amore che morire affumicati dalla fogna. Resistere, bisogna resistere. Cercarsi, anche, stringerci ai propri simili e alla corda, trasformare il cappio in un appiglio per risalir(ci).
Forse non c’è morte che non venga da noi. Forse la morte è questa Disperazione che dura quando tocca il reale senza varchi, senza raggi – pur timidi – a forare le finestre chiuse. Testimoniarci nella nostra miseria che spesso è solo un altro nome dell’Amore più grande, quello non corrisposto, che si cova nei silenzi e nei mattini chiari sui soffitti e senza scopo. Noi siamo. Forse solo per testimoniarci, irriducibili, appesi al cappio del nostro amore. Siamo come un pegno, siamo lì a dondolare come una colpa che non si può espiare.
La colpa dei Padri, dico sempre, che hanno smesso di guardare al futuro quando hanno smesso di incarnare il futuro; la colpa dei Padri che non hanno voluto essere padri ma sempre figli, sempre accuditi e viziati come bambini. Mentre altri sono i figli, i figli siamo noi, il futuro ha i nostri occhi, i nostri nomi. Occorre ricominciare, vorrei dirti, da questa tabula rasa di speranze.
Ricostruire anzitutto la Speranza – una speranza cristiana ch’è Certezza, disse PegorariDante, in una delle tante sue lezioni memorabili – di un bene che esiste. parlando di
Bisogna avere fiducia nella nostra fede. Irrompere come un morbo più pervasivo ancora dell’indifferenza dilagante, del rifiuto, del cinismo che vorrebbero fosse anche il nostro. Vorrei che riuscissimo a trovare ancora un po’ di bellezza, di poesia, dal nostro fondo cupo. La poesia dell’essere comunque, dell’essere nonostante tutto. Viviamo un tempo grigio, incancrenito. Noi stessi siamo piaghe, le piaghe del nostro tempo infetto. Occorre aprirci, allora, divaricarci, appestare di noi il circostante silenzio e dilatare la nostra solitudine all’infinito per farne una solitudine più grande, piena. Testimoniarci. Fare della nostra disperazione un’interminabile poesia, fendente, pungente, ustionante. Sarà una guerra, una guerra d’amore. Ma occorre combatterla fino alla fine e forse è questo il nostro scopo, la nostra missione.
Forse il vuoto esiste come una pagina bianca che chiede d’essere riempita, fuori dall’Accademia, fuori dalla palude, fuori dal silenzio che pesa come una morte, fuori dai salotti tristi, dalle assegnazioni di ruoli senza merito. Fuori dal grigiore, forti dei nostri colori. Rispondere alla morte con l’arte, vorrei dire. [...]
Lo dico dal fondo della mia inesperienza, di studentessa svuotata d’ogni slancio vitale o fiducia nelle prospettive, disillusa dalle voci rauche che chiamavo paterne, costretta a dare ai carnefici il volto dei miei padri. Lo dico con un incremento di livore, perché vedo la fiammella d'altrui resistenze minata da un vento costante.
Non bisogna lasciarsi persuadere da questa tristezza. Dobbiamo ancora testimoniarci e rialzarci ed essere la traccia del nostro tempo. Creare altre condizioni e imporci e lavorare.
[...] Magari spogliandoci d’ogni ombra di contegno, di ogni tentativo di adattamento a meccanismi che fatichiamo a comprendere perché disinnescano i nostri valori.