domenica 17 giugno 2007

Grindhouse [di Dome]

“Ehi, Pam, ti ricordi quando ho detto che la macchina era a prova di morte? Non dicevo una bugia... questa macchina è al cento per cento a prova di morte, ma per godere di questo vantaggio, tesoro, tu dovresti essere seduta esattamente dove sono io!”
Grindhouse è l’operazione più estrema mai provata finora dal cinema di Tarantino: riportare in vita non un genere ma un’intera “esperienza di visione” di certe infime sale cinematografiche americane degli anni ’70 (le grind houses appunto) in cui per pochi dollari si assisteva alla proiezione di due pellicole di quart’ordine, piene di sesso, morte e violenza, e slurparsi le anteprime di sanguinosi filmacci futuri.
Il prodotto-Grindhouse, composta da due film, Death Proof (A Prova di Morte), diretto da Tarantino, e Planet Terror, del suo amico-regista Robert Rodriguez, intermezzati da finti trailers girati per l’occasione da altri registi “di genere” (come Rob Zombie), non è piaciuta al pubblico americano, che ha disertato le sale; perciò la Miramax, che distribuiva il film, ha pensato bene di spezzarlo in due per recuperare qualche spicciolo sul mercato estero, ed ecco che In Italia l’episodio tarantiano (che in origine durava 70 minuti) diventa un film a sé stante (il regista lo ha allungato per l’occasione) che priva il pubblico dell’esperienza-grindhouse che stava alla base del progetto (l’episodio di Rodriguez uscirà nelle nostre sale alla fine di luglio).
Detto questo, A Prova di Morte, se è vero che è svuotato dall’esperienza da cui doveva essere supportato, resta un film coi fiocchi: Tarantino ci ha infilato le minestre culturali con i quali è cresciuto, in una sapiente macedonia Bmovie style, confermando il passaggio del suo cinema da un universo “tipico” di riferimenti usato nei primi film (il trittico Le Iene - Pulp Fiction - Jackie Brown assimilabili all’epica dei gangster movies, rovesciata e schizofrenica quanto si vuole, ma quella) a quel pout pourri che invece è Kill Bill, in cui si mescola e riassume tutta la cultura orientale (vol 1) e occidentale (vol 2) a cui Quentin fa riferimento. Ma attenzione: la cultura tarantiniana è pop(olare) ma non è massificata, non è mainstream; è pulp, sottoprodotto, splatter, è digeribile soltanto se si riesce/vuole interagire con essa attraverso i link che Tarantino infila praticamente in ogni scena. Si può restare ad un livello superficiale, si può “ballare nella sala come ad un concerto di musica rock” – questo Tarantino aveva detto a proposito di Kill Bill – ma una volta terminato il film non resterà (quasi) nulla; se invece si posseggono gli strumenti-riferimenti per leggere (come metatesto) il film, e non solo guardarlo, si godrà anche e soprattutto dopo la visione.
Se vogliamo, Death Proof è un mero contenitore, non esiste come testo indipendente: la folle storia di Stuntman Mike (Kurt Russell), che uccide belle ragazze con la sua macchina “a prova di morte”, è un non-sense narrativo che però, caricato a molla con i tempi e i dialoghi tipici del regista, produce un’estenuante attesa che sfocia negli autentici tuffi al cuore delle due scene madri, uno spettacolare “frontale” visto dalla quadruplice prospettiva delle vittime e un inseguimento mozzafiato che chiude il film, barattolo vuoto di sé ma pieno di tutto quanto il resto.