mercoledì 21 marzo 2007

Ricordando "Nostra Signora dei Turchi"

(Italia 1968, col, 121')



Capolavoro di regia cinematografica dopo il cortometraggio Hermitage, una prova per impratichire se stesso agli obbiettivi, o per ridurli a sè, funzionalizzandoli. Nostra Signora dei Turchi è la trasposizione dell'omonimo romanzo pubblicato nel 1966 dalla Sugar. L'opera suggestiva per il suo impianto scenico, e per l'impatto mistico è sempre evocata prima persona, mai autobiografico, per quanto inevitabilmente autoreferenziale. Una sfida tra l'essere (nel mondo e nel cinema) del regista e tutto ciò che è oltre la scena ossia o-sceno, come avrebbe detto lo stesso Bene. Si spiegano così le ridondanze, le iterazioni, i carichi espressivi che danno corpo e volto alla pellicola. La sua superiorità dell'arte tra tradizione innovazione è delirio di presenza sul mondo è solo una replica della impossibilità del narrare qualsiasi narrazione, o tutte insieme. Manca equilibrio secondo alcuni. Secondo me mai nessuna rappresentazione scenica ne ha avuto tanto. Mai nessuna così lineare. Il varco è tutto sulla time-line. La confusione, generata all'occhio dello spettatore superficiale, è in realtà pura aritmetica, pura logica.
Niente è mai stato più visionario e logico allo stesso tempo.