giovedì 15 marzo 2007

L'orgia di Praga di Philip Roth

Incontri furtivi possono rappresentare il potere a Praga come a New York o in qualsiasi altra parte del mondo. A volte i simili incontri sono preparati, meditati con eccelsa capacità diplomatica. Tali incontri generano possibilità scritturali di realtà oggetive, oniriche, o forse, solo idee imposturali e combinatorie, come numeri letti al contrario, come parole scritte in una lingua incomprensibile. Ci sono pedagoghi eccelsi che seminano parole che generano il drago, parole che scaldano il cuore, e che possono essere tramesse di bocca in bocca fino alle perfide orecchie di delatori, di spioni di regime e dannare al vituperio per sempre. Ci sono amori con donne ritenute portatrici sane di una santità laica, che avvicina alla sapienza, o forse solo ad un barlume di conoscenza. La gnosi, questa mistica e paradossale identità demenziale trasforma poi l'orante in un mezzo che ci rende tutti affabulanti, tutti egregiamente e distintamente possibi spie e potenziali spiati. E' questo il messaggio di Philip Roth nel suo L' Orgia di Praga, che pur non avendo in nulla a che fare con lo stile eccelso e sognante del Joseph Roth della Radetzkymarsch, riesce a creare una piccola storia sulle decadenze annisettanta della città magica per eccellenza, avvolta dall'oppurtunismo statalista di uomini di regime che sotto il manto del Bene dello Stato e del patriottismo non nazionalista, nascondevano, invero, opportunismi e finzioni da piccoloborghesi occidentali e provinciali. Philiph Roth ha, qui, la capacità di farci sentire l'odore di disinfettante, misto a polvere e smog della Praga del 1976; di mostrare tutte le sfumature di grigio che ricoprivano la città, di descrivere con pennellate sfuggenti, ma estremamente vivide, l'oppressione sul cuore, sulle aspettative, sui sogni di chi abitava in un paese dalla civiltà millenaria, allora sottoposto alle perfide angherie mezzokafkiane e mezzopirandelliane di una banalizzata e grottesca applicazione del socialismo reale.